Rincorrendo Vittorio S. sulla strada di Zenna

I vecchi il fischio del treno
lontano in corsa nella pianura
lo credevano un segno di maltempo
se passava una nuvola sul sole
ecco, dicevano, s’annuvola il Signore.
Io questi brividi di abeti
prima che dalla valle venga il vento
io questo tremito di foglie
dico è un messaggio, qualcuno lo coglie.

(Luciano Erba)

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Siedono pazienti, sembrano nuvole…

Siedono pazienti, sembrano nuvole
se non c’è vento. Hanno l’aria di tanta
vita alle spalle: lei ride un po’ stanca,
lo sguardo ancora biondo, le parole
belle sulla fatica che fa il mondo.
Lui borbotta e legge in fretta il giornale
quasi venisse meno il tempo intorno.
Ma stanno tutti in un cenno d’intesa,
e si raccontano i figli, la resa
alle rughe. Rimangono in attesa
di una chiamata buona e di un dio che apra
il cielo al sole più in là, dove passano
i giorni. Chissà domani sospirano
in una carezza, come le mani
dessero confine stabile ai luoghi
e ci fosse una certezza dovunque.
Poi s’abbracciano, nemmeno i vent’anni
tornassero mentre l’estate va
immutabile, ben oltre le case
o il pensiero per le piante in balcone,
che prendano acqua ogni tanto. Si sta bene
comunque giurano con l’intenzione
di non lasciarsi mai e dentro quel mai
affondasse un senso di appartenenza,
l’idea di continuazione indomita,
il rifiuto del limite di specie.

(Ivan Fedeli)

Da: https://www.facebook.com/lapoesiasalvalanima/?hc_ref=ART3EHlIUC4_IKwJysKbv3qIs5YwlYVPuD0ccpktYmhrxqpLJmgLfMhs_tiDt1S_sik&fref=nf

Assetto di volo

                                         A Gino Lorio, in memoria

 

Con lui venivano una determinazione feroce

dalla camera alla palestra

i cento metri percorsi in cinque minuti,

con una tensione di motore imballato

tutta la forza del suo corpo spastico

ribellata alla forza di gravità.

 

Sant’Agostino diceva che la perfezione

è la carne che si fa spirito, lo spirito che si fa carne

ma non è vero: ogni mattina i puntali delle stampelle

scivolano metro a metro per guadagnarne cento

ogni mattina lo spirito è tagliato via da quel corpo,

dalle suole strascicanti e dalle nocche strette,

bianche sulle impugnature,

ogni mattina dal dorso di lottatore

si stacca un collo di tendini tesi e redini allentate

un urlo chiuso nella sua profondità,

perfetto nella sua separazione.

 

E io vi vedo una bellezza di cimieri abbattuti

e dentro la parola andare la parola compimento

e sono sicuro che lui sogna baci pieni di vento

mentre la volontà conquista le giornate a morsi,

schiaffo dopo schiaffo perché venga la sera

schiaffo dopo schiaffo, chiglia in piena bufera.

 

Ci vuole un’estate piena e un padre calmo,

un dio non assiso in mezzo agli sconfitti

ma così in tutta bellezza lo posso immaginare

come un bambino alle prime pedalate,

reggilo, eccolo, tienilo così – adesso tiene

uniti la terra e il cielo dell’estate

non sbanda più, vince, è in equilibrio,

vola via.

 

(Pierluigi Cappello)

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Il pane

La superficie del pane è meravigliosa innanzi tutto per questa impressione quasi panoramica che dà: come se sottomano si avessero a disposizione le Alpi, il Tauro o la Cordigliera delle Ande.

Così dunque una massa amorfa in eruzione fu fatta scivolare per noi nel forno stellare, ove indurendosi si è plasmata in valli, creste, ondulazioni, crepacci… E tutti quei piani subito così schiettamente articolati, quelle lastre sottili ove la luce con impegno distende i suoi fuochi, – senza uno sguardo per la mollezza ignobile che sta sotto.

Quel fiacco e freddo sottosuolo che si chiama mollica ha il tessuto simile a quello delle spugne: foglie o fiori vi stanno saldati gomito a gomito tutti assieme come sorelle siamesi. Quando il pane diventa raffermo quei fiori appassiscono e si contraggono: allora si staccano gli uni dagli altri e la massa diventa friabile…

Ma spezziamola: ché il pane nella nostra bocca deve essere piuttosto oggetto di consumo che di riguardo.

(Francis Ponge)

Da:

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Scalo dei fiorentini

Li ho visti tutti. Sedevano

(le gambe penzoloni)

sulla spalletta. C’era

Otello, il Decio, il Rosso,

l’Olandese. Il Vigevano.

C’erano altri… i nomi

li ha con sé il vento. Tenevano

le mani sotto le cosce

e tacevano. Gialla,

o verde, o d’altra

tinta (anche i colori

li prende il vento), avevano

la maglia da barcaiolo

di sempre. Erano

in fila, tutti

in fila, sul muricciolo,

proprio come facevano

ogni sera, quando

– animato il Voltone

di voci che si spandevano

trasparenti (di bimbi

in fuga dietro il pallone

o il cerchio) – sputavano

la sigaretta, e schioccando

le dita, ohei, che gridi

(da levare la pelle:

ma ci stavano, quelle)

lanciavano alle ragazze

che a nuvoli, dal Cantiere Orlando,

verso casa sciamavano.Continua a leggere…

Odio l’olio

Non proprio un ricordo qualunque d’infanzia, ma il ricordo primo e primario, quello da dichiarare subito allo psicanalista, dovessi intraprendere mai un’analisi freudiana: troppo cara, troppo lunga, troppo infìda. Tutt’altro che immobile, sono sul seggiolone della casa dove ho abitato per mezzo secolo e più – via Salvioli 21, angolo Circonvallazione Sud, prima periferia di Modena – avrò forse due anni, al massimo tre. Inverno e luce bassissima, come sanno esser fioche solo le luci negli appartamenti piccoloborghesi dei tardi anni Cinquanta: voltaggio a 125, come una cilindrata scarsa. Sono affamato, addirittura famelico, all’ora giusta della cena, ogni sera fra le otto e le otto e mezzo: alla faccia dei dietologi, l’unico pasto da affrontare a tutta. Augusta Galli, mia nonna e cuoca in assoluto preferita, nonostante i decenni di ristoranti talvolta stellati che ho frequentato dopo, mi piazza davanti il piatto di un’appetitosa e fumante minestra, puntine in brodo con un uovo sbattuto dentro e un fegatino di pollo tagliato a pezzetti. Sto per avventarmi, il cucchiaio impugnato a mo’ di clava (nessuno purtroppo è stato abbastanza severo con me da impartirmi una vera educazione formale, tantomeno a tavola), aiutato nel gesto impetuoso da qualche altro familiare alle spalle. La nonna si avvicina dal lato opposto, tiene in mano una lattina verde e riempie un altro cucchiaio d’un liquido denso e giallastro: l’olio Sasso prodotto fin da fine Ottocento dalla famiglia dei fratelli Novaro, due discreti poeti liguri. Continua a leggere…

Una mattina solenne

Un bambino esce da un cancello una mattina solenne

e vede che inizia l’estate, la strada vuota.

Il negozio non è ancora aperto, tutto vacilla.

 

Arranca sulla bicicletta e indugia. Silenzio.

Ora la brezza più lieve soffia e fa tremar le foglie.

Allora lui dimentica e ci prova. Qualcosa glielo rende facile, ecco!

 

E per la prima volta sa cos’è andare in bicicletta:

che è libertà, la più bianca di tutte, ed è là,

e qualcosa di vuoto e felice gli riempie i polmoni e gli sale dentro

 

finché scoppia in una lunga risata, solo, nel suo vuoto mattino,

e si dirige svelto, tacendo, col suo segreto lontano da noi.

 

(Lars Gustafsson)

Visions and Ideals

The dreamers are the saviours of the world. As the visible world is sustained by the invisible, so men, through all their trials and sins and sordid vocations, are nourished by the beautiful visions of their solitary dreamers. Humanity cannot forget its dreamers; it cannot let their ideals fade and die; it lives in them; it knows them as the realities which it shall one day see and know.

Composer, sculptor, painter, poet, prophet, sage, these are the makers of the after-world, the architects of heaven. The world is beautiful because they have lived; without them, laboring humanity would perish.

 

(James Allen)

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Solstizio d’estate – VII

Il pioppo nel piccolo giardino

il suo respiro conta le tue ore

giorno e notte;

clessidra riempita dal cielo.

Alla forza della luna le sue foglie

trascinano passi neri sul muro bianco.

Sul confine sono scarsi i pini

poi marmi e luminarie

e uomini come sono fatti gli uomini.

Eppure il merlo chioccola

quando viene a bere

e a volte senti il verso della tortora.

 

Nel piccolo giardino, dieci passi,

puoi vedere la luce del sole

cadere su due garofani rossi

su un ulivo e un po’ di caprifoglio.

Accetta quello che sei.

La poesia

non affossarla nei platani profondi

nutrila con la terra e la roccia che hai.

Le cose in maggior parte –

le troverai scavando nello stesso luogo.

 

(Ghiorgos Seferis)

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