El Paradiso

Ne la mia casa son,

e xe ’sta casa quela

de ’desso, e anca la mia

de San Felice bela

 

col giardin, e quel làvarno

grando, e drio l’ortisel;

e anca quela co’ nona

Giudita e mi putel.

 

E el tempo che xe, bel,

tuti i tempi el xe in uno;

e la stagion no’ istà,

no’ primavera o utuno

 

xe, no’ inverno, ma una

bela e granda; e de sora

xe el ziel, che un xe e tuti

i ziei, e no’ ’l ga ora:

 

matina xe, e sera,

e xe el bel ciaro giorno.

E mi son qua de passa

mile ani; e go ’torno,

 

con mi, mia molge giòvine,

e i mii fioi grandi, e anca,

sì, putei; go mia mama

de mi pìcio e po’ bianca

 

cara vècia; e Tandina

puteleta e po’ dona,

co’ la su’ Rina e mia;

e ela la sèria nona.

 

E stemo insieme, e tuti

insieme spassegiemo;

e se metemo in tola

e magnemo e bevemo

 

pulito; e se vardemo

un co’ l’altro nel viso;

e in pase se parlemo;

e semo in paradiso.

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Per sentirmi vivo voglio piantare un albero…

Per sentirmi vivo voglio piantare un albero.

Sceglierò un angolo

nascosto, vicino alla mia casa,

e chiederò consiglio

a qualche giardiniere

per orientarlo verso la luce

che regola le mie giornate.

Voglio vederlo quando rincaso dall’ufficio

o dopo un breve viaggio

o quando nei mattini d’estate

il sole trafigge

con la linea rosata di un raggio

il ramo più verde

dove un chiaro rigogolo si sgola.

Voglio che sia un albero forte

e pieno di grandi foglie, senza nome,

alla cui ombra stendermi

un giorno per osservare, come Hopkins,

il disegno irregolare delle nuvole.

(Pasquale Di Palmo)

Impalcatura

I muratori, quando iniziano un edificio,

si preoccupano di testare l’impalcatura;

 

si accertano che le assi non scivolino nei punti critici,

fissano tutte le scale, serrano i giunti imbullonati.

 

Eppure tutto questo scompare a lavoro finito,

svelando muri di pietra solida e sicura.

 

Perciò, mia cara, se talvolta sembra

che tra me e te stiano cedendo vecchi ponti,

 

non temere. Lasciamo pure cadere l’impalcatura,

sicuri di avere costruito il nostro muro.

 

(Seamus Heaney)

rrrrr

Devi chiamarmi sempre

Devi chiamarmi sempre

con la mitraglia a salve del telefono,

coi numeri fra le dita. Bisogna

che tu mi cerchi sempre

quando lavori e quando torni a casa

senza l’errore di pensarci sopra.

Sono la terra invasa

e come tale devi camminare

in lungo e in largo sulle mie campagne.

Fammi l’appello mentre

la superstrada corre lungo i prati

non ti chiedere mai dove mi trovo

tu, solo di’ il mio nome

sono presente in modo necessario;

mi comandò una nascita lontana

devi commemorarla

interrogami pure, sento il sangue

versato in tanti anni di miseria

butta il cappello in aria

fa’ luce nella notte degli schiavi

coi fari della macchina e con gli occhi.

(Anna Lamberti-Bocconi)

Far libri a Venezia

Far libri, stamparli, leggerli, scriverli, raccoglierli, venderli, recensirli, nella mia vita mi sembra di non aver fatto altro, come se un’ossessiva passione mi avesse travolto appena ragazzo. Eppure da sempre mi è sembrato non privo di significato farli qua, dov’ero cresciuto, nella nostra terra, magari a Venezia.
Quando cominciai lo sapevo e non lo sapevo che la Serenissima era stata la patria del libro, che proprio nell’isola aveva preso forma e si era definito quello strano mestiere che è far l’editore, subito in mezzo tra il tipografo e il libraio, apparentemente privo di un ruolo preciso, di una sapienza concreta, eppure da allora e per sempre necessario e indispensabile.
Valentino Bompiani, che degli editori novecenteschi è stato certamente il più signorile ed elegante, scherzando diceva che all’editore nella fattura dei libri toccava di metterci l’amore, o, che è lo stesso, l’intelligenza e la passione.
A insegnarlo, con l’esempio, ci pensò subito, all’alba del Cinquecento, Aldo Manuzio, il principe e il principio di tutta la storia dei libri. A Venezia era giunto da Bassiano, nel Lazio, ormai maturo, dopo i quarant’anni, e qui aveva incrociato il suo destino, che era quello di essere il più antico e il più grande degli editori: il torchio e i caratteri mobili lo appassionarono tanto da disegnare per sé un alfabeto speciale, diverso da quelli degli altri; la cultura letteraria, cui non era estraneo in quanto maestro di grammatica, gli rivelò, nel clima fervido di quegli anni, uno scenario sorprendentemente nuovo e vivace, e così intrecciò complici amicizie coi migliori che lo accolsero a cominciare da Pietro Bembo.
Parlando, incontrandosi, discutendo, nascevano progetti ambiziosi e imprevisti di nuovi libri o riproposte di antichi, corretti e rivisti, e Aldo, tornato in bottega, li realizzava veloce e preciso, geloso delle iniziative altrui, preoccupato da far presto e bene per consegnare i nuovi volumi a un mercato vigile e ricettivo.
Man mano che scoprivo la storia antica e moderna dell’editoria veneta, imparavo la sua lezione, che escludeva qualsiasi localismo provinciale, rivendicando piuttosto salde radici in patria, ma gambe lunghe e pronte a correre in lungo e in largo per ogni parte d’Europa.
A Venezia, in quegli anni del Cinquecento, si inventarono persino una lingua italiana uguale per tutti, modellata sui testi canonici di Petrarca e Boccaccio, per allargare il più possibile i confini del mercato dei loro libri, in latino, in greco, in volgare, e, con l’esperienza di generazioni di mercanti, disegnarono in fretta una rete di clienti di ogni dove.
Così è stato, sia pur tra alti e bassi, per tre secoli e più; poi, finita l’indipendenza, i nuovi padroni d’oltralpe, diffidando di tanta autonoma intrapresa, sollecitarono e favorirono il trasferimento dell’editoria nella più integrata Milano, dov’è cresciuta da allora.
Sopravvissero in città alcune imprese importanti nell’Ottocento e qualcuna anche all’inizio del secolo nuovo, ma sempre meno. Quando, all’inizio degli anni ’70, vi trasferii la Marsilio da Padova, dov’era cominciata nei pressi delle aule universitarie, la casa editrice era pressoché sola e tale in sostanza è rimasta durante questi anni, ma lei intanto cresceva, faticosamente ma costantemente cresceva, diventando un piccolo punto di riferimento sulla mappa degli editori di oggi, nel segno di una tradizione che, mi illudo, non ho lasciato si spegnesse del tutto.
Far libri a Venezia, dunque, come se il tempo che intanto è passato, non sia bastato a cancellare una storia che ormai ha cinque secoli e più.

(Cesare De Michelis)

https://www.corriere.it/cultura/18_agosto_10/morto-l-editore-cesare-de-michelis-9a8b9666-9c74-11e8-bdf6-1676d51daf16.shtml

Spesso rimproverata, sempre ritorno…

Spesso rimproverata, sempre ritorno

ai primi sentimenti nati con me,

tralascio l’affannosa ricerca

di sapere e ricchezza

per sogni vani, irrealizzabili:

 

oggi non andrò in cerca di un mondo d’ombra

la sua vastità cresce insostenibile, paurosa;

e le visioni che sorgono, a legioni

stranamente vicino conducono il mondo immaginario.

 

Andrò, non sulle tracce antiche degli eroi

non su sentieri di alta moralità,

non tra i volti quasi indistinti

di grigie forme, storia da tempo trascorsa.

 

Andrò dove mi conduce la mia natura

– mi incresce scegliere un’altra guida –

dove grigie le greggi pascolano tra le felci;

dove il vento selvaggio soffia di lato al monte.

 

Cosa questi mondi possiedono, degno di svelamento?

Gloria e dolore più di quanto io possa dire:

la terra che risveglia al sentimento un cuore

può serrare in sé il paradiso e l’inferno.

(Emily Brontë)

stelle

Figlia

La mia giovane figlia, se la vita

la spaura nell’anima – che un posto

cercandosi, in nessuno si fa quieta –,

si stringe chiusa, dura,

come nelle sue ciglia

la margherita sotto il temporale.

 

Ieri sera era triste: e col suo male

s’aggruppava nel sonno. Ma il mattino,

dritta come una pianta,

spensierata, m’è presso il capezzale,

che con l’aroma del caffè mi canta

“sveglia”, col carillon del cucchiaino.

(Fernanda Romagnoli)

Definizione di poesia per un bambino che non sa cosa sia, ma vorrebbe scriverne una

Per prima cosa non devi dire
“Vorrei scrivere una poesia”: di’
Che hai voglia di dare al giorno
Un altro po’ di luce: di’
Che temi che il soffio del vento
Possa nuocere a un’ape e ferire una rosa.

Poesia è quando ti si riempiono gli occhi
Di lacrime davanti a un giovane ruscello
E il respiro all’improvviso si placa
Dinanzi al tramonto su una collina:
Vedi, la poesia è in te
Prima che tu la veda nel blu.

Poesia è quando tutto il mare
Sembra la tua casa, e ti ci vorresti
Sdraiare, libero per sempre,
Lontano dalla riva e lontano da me:
Una poesia, poi, deve risuonarti dentro
Prima che tu la senta d’intorno.

Poesia è quando un’esile foglia
Ti fa sentire fragile e breve,
E ti sorprende l’ingiuria
Del vento, e non trovi parole
Per la tua pena, ché la stessa parola
Ti ricorda il vento che hai udito.

Poesia è quando, d’un tratto,
Il cuore ti batte più forte, il sangue ti scorre
Più rosso nelle vene, e cento soli
Sembrano sorgere insieme nel cielo:
Non comprendi il senso di questo –
Senti solo la gioia del mondo.

Poesia è un’ala ferita
Che tu puoi guarire, una facile cosa
Che tu non sai fare, una morte
Che hai dentro, ma canti;
Una vita che puoi usare a piacere
Benché tu la creda perduta.

Poesia, infine, sei tu in te stesso,
E sei tu al di fuori di te,
Riflesso del grigio e del blu,
E anche anticipazione.
E ora senti: fin dove arrivano le parole,
Imita l’ape e imita la rosa.

(Joseph Tusiani)

(Traduzione di Antonio Pellegrino)

Da:

Poesia_01_08

Ho letto tutta la letteratura che tratta della malinconia…

Ho letto tutta la letteratura che tratta della malinconia. Ho scaricato da internet le ballate più lacrimogene e ho telefonato agli autori. Ho esaminato la storia degli omicidi commessi in Finlandia. Ho visitato il museo dei crimini, ho toccato con mano la bilancia della giustizia. Sono rimasto in piedi sei ore sotto un acquazzone a esaminare le facce dei passanti. Sono andato a una riunione degli alcolisti anonimi travestito da palma d’appartamento. Ho fatto tutto questo per capire quale cavolo di problema assilla questo popolo, e perché ai primi posti della hit-parade ci sono sempre delle canzoni che cominciano con “quando sei andata via”. L’indagine continua.

(Kari Hotakainen)