Due poesie di Margherita Rimi

Kamen per waxLe parole

 

 

Vengono di notte

non mi fanno dormire

mi girano intorno

 

Ognuna vuole che parli solo

per sé

 

Una si fa chiamare

un’altra chiede il suo nome

una si fa malattia

 

Ci vuole una vita lunga

per parlare di tutte

 

Può essere questa una poesia?

 

 

***

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La città tutta per lui

marcovaldoLa popolazione per undici mesi all’anno amava la città che guai toccargliela: i grattacieli, i distributori di sigarette, i cinema a schermo panoramico, tutti motivi indiscutibili di continua attrattiva. L’unico abitante cui non si poteva attribuire questo sentimento con certezza era Marcovaldo; ma quel che pensava lui – primo – era difficile saperlo data la scarsa sua comunicativa, e – secondo – contava così poco che comunque era lo stesso.

A un certo punto dell’anno, cominciava il mese d’agosto. Ed ecco: s’assisteva a un cambiamento di sentimenti generale. Alla città non voleva bene più nessuno: gli stessi grattacieli e sottopassaggi pedonali e autoparcheggi fino a ieri tanto amati erano diventati antipatici e irritanti. La popolazione non desiderava altro che andarsene al più presto: e così a furia di riempire treni e ingorgare autostrade, al 15 del mese se ne erano andati proprio tutti. Tranne uno. Marcovaldo era l’unico abitante a non lasciare la città.

Uscì a camminare per il centro, la mattina. S’aprivano larghe e interminabili le vie, vuote di macchine e deserte; le facciate delle case, dalla siepe grigia delle saracinesche abbassate alle infinite stecche delle persiane, erano chiuse come spalti. Per tutto l’anno Marcovaldo aveva sognato di poter usare le strade come strade, cioè camminandoci nel mezzo: ora poteva farlo, e poteva anche passare i semafori col rosso, e attraversare in diagonale, e fermarsi nel centro delle piazze. Ma capì che il piacere non era tanto il fare queste cose insolite, quanto il vedere tutto in un altro modo: le vie come fondovalli, o letti di fiumi in secca, le case come blocchi di montagne scoscese, o pareti di scogliera.

Certo, la mancanza di qualcosa saltava agli occhi: ma non della fila di macchine parcheggiate, o dell’ingorgo ai crocevia, o del flusso di folla sulla porta del grande magazzino, o dell’isolotto di gente ferma in attesa del tram; ciò che mancava per colmare gli spazi vuoti e incurvare le superfici squadrate, era magari un’alluvione per lo scoppio delle condutture dell’acqua, o un’invasione di radici degli alberi del viale che spaccassero la pavimentazione. […]

 

(Italo Calvino, da “Marcovaldo”)

Ballerina

Il ballo è finito. Il mio cuore è dolce come noce.

E dalla pelle germoglia il mio pensiero.

Se lieve ora mi mordessi le nocche,

Avrebbero un profumo più dolce di melissa

Che rossa sulla stufa borbotta e cuoce.

 

Non parlare di ballo, non di luna o albero

Non parlare dell’anima, ora non parlare.

Ampio è l’orlo della veste e largo

Mi copre i piedi e il volto

E quanto in questa sera è in agguato

E si avvicina strisciando e con grigio sguardo

Mi squadra, si acquatta e spia,

E urlando mi assale e poi mi bacia il volto.Continua a leggere…