da “Brecce” di Henri Michaux

Quando torno da un viaggio, e benché io abbia sovente pensato a lui [al mio pianoforte] nei momenti di malumore e di fame d’altri, lì per lì resto un po’ a civettare col mio desiderio, senza andare da lui direttamente, perfino senza guardarlo.

Soltanto dopo qualche decina di minuti, dopo avergli lanciato un’occhiata come semi-indifferente, dopo avere scoperto e poi con flemma ricoperto lo strumento, all’improvviso colmo di desiderio troppo a lungo trattenuto, mi ci butto, mi ci avvento sopra (avendo un pianoforte da non molto tempo, probabilmente ho ancora paura di perderlo e di non poterne avere mai più), questa volta non tengo a freno né le dita né il cuore, mi abbandono sui tasti da cui emana la distesa sonora, mi ci immergo, mi ci ammasso, mi ci snodo, vi annego.

Questa volta, sono proprio tornato.

 

Quando andai ad affittare quello strumento un po’ disprezzato, non pensavo a lui come a un compagno. Ma i fatti sono fatti. Lo è diventato.

Mi fa paura, a volte, divenuto così necessario.

Compagno che non mi guarda, che non mi valuta, che non prende note e non serba tracce, compagno che non esige, che non ha niente da farsi promettere.

Tutto così semplice, con lui.

Mi avvicino. È pronto.

Io soffro. Lui fa il canto.

Io porto l’ossessione, il malessere, l’oppressione:

Lui fa il canto.

Io porto la situazione senza rimedio, il vano dispiegamento di sforzi, il fallimento d’ogni cosa, e la meschineria, le precauzioni travolte dal vento, dal fuoco, dal fuoco soprattutto:

Lui fa il canto.

Io porto l’alluvione di sangue, il raglio degli asini contro la pace, io porto i campi, il lavoro forzato, la miseria, i carcerati dalla famiglia, le cose a metà, gli amori a metà, gli slanci a metà e meno che a metà, le vacche magre, gli ospedali, gli uomini alla deriva con me sulla banchisa impazzita:

Lui fa il canto.

Spingo tutto insieme alla rinfusa, senza sapere quel che porto, da chi, per chi, chi parla nel canestro delle piaghe:

Lui fa il canto.

Lui fa il canto.

Michaux cope

Ragazza

Una ragazza che fa il bagno in un fiume finisce per innamorarsene.

 

I suoi genitori vorrebbero sposarla a un’automobile; meglio cercarle un altro marito, toglierla a quel fiume.

 

“Può darsi che la relazione con il fiume disturbi qualcun altro nell’universo”, dicono alcuni.

 

Il vento e altri più famosi si infastidiscono; lo dicono alla radio, compaiono in televisione.

 

S’infastidisce il sole che viene al mattino a salutarla con la sua cesta di yucca.

 

S’infuria una nuvola che cerca di entrare dalla sua finestra per portarsela molto lontano.

 

Ma la ragazza fila via, nessuno sa verso dove, tra le braccia del suo fiume.

 

(Juan Carlos Galeano)

Poesia_04_16

La scuola serale

Ancora ci è stato prescritto

un altro testo. È sempre più oscuro

da decifrare, e la luce agli occhi stanchi

ogni sera più s’abbassa. La nuova

scienza ogni giorno cancella l’antica,

dietro le vecchie forme nuove forme

si profilano, lo schermo

tra l’anima e le cose sembra veramente

assottigliarsi ogni giorno di più, ma non cade: i suoi complicati

segni e arabeschi all’oggetto sovrapponendosi

adducono ad altri inganni. Quanti

hanno ormai disertato l’aula.

 

Di allievi, siamo rimasti in pochi,Continua a leggere…

Anche quando sembra che la giornata…

Anche quando sembra che la giornata

sia passata come un’ala di rondine,

come una manciata di polvere

gettata e che non è possibile

raccogliere e la descrizione

il racconto non trovano necessità

né ascolto, c’è sempre una parola

una paroletta da dire

magari per dire

che non c’è niente da dire.

 

(Patrizia Cavalli)