Un giorno, senza pensare a nulla…

Un giorno, senza pensare a nulla, guardai il tiglio fiammeggiante davanti alla finestra e capii che G. aveva smesso di morire. Era successo tre anni dopo il funerale. Gli alberi sono dei meravigliosi postini.

 

(Christian Bobin, da “Una biblioteca di nuvole”)

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da “Milaninaria” di Vincenzo Bevacqua, presentazione di Giorgio Cosmacini, viennepierre edizioni 1997.

milaninaria[…] Però, tra le donne Quinzie o Sulpizie, tra i don Lelio o i Cricca, personaggio immortale è risultato Meneghino. Meneghino è immortale perché Carlo Maria Maggi non l’ha inventato. L’ha semplicemente riconosciuto tra i suoi concittadini e chiamandolo per nome gli ha detto: “Meneghino, tu sarai il popolo!”.

Il Maggi non ha nemmeno faticato a chiamarlo per nome perché in città, ai suoi tempi, di meneghini ne circolavano parecchi nei giorni feriali e ancor più nei giorni festivi. Nei giorni feriali circolavano i battezzati con il nome di Domenico (Menico-Menichino-Meneghino), in onore del Santo fondatore dei Frati Domenicani in auge sotto la dominazione spagnola. Nei giorni festivi si aggiungevano i servitori che, affittati solo alla festa dalle “dame milanesi di alto bordo e di basso reddito”, venivano appunto chiamati domenichini o, in vernacolo “meneghini”.

Nelle commedie del Maggi, Meneghino è il servitore di don Lelio e donna Quinzia. “Quando e dove conoscesse la moglie Cecca dei Berlinghitt non è accertato. Si sa che il matrimonio fu benedetto da numerosa prole, segno anche questo di onestà e buon cuore”. Per il fatto di essere padre di famiglia che lavora sodo per tirare avanti la baracca e per il fatto di avere carattere bonario, sincero, allegro e avveduto, Meneghino costituisce la quinta essenza del Milanese.

Nella Valle del Magra

charles-wright-italiaIn giugno, sopra Pontremoli, alta Lunigiana,

i fiori di castagno color polline

volano come un’immensa tovaglia

aperta sopra le cime ammassate degli alberi

e su per la montagna fino alle distese quasi alpine dei prati.

Al crepuscolo, nella luce fioca, appaiono

come stelle sgorgate dalle radici dei grandi alberi da un altro cielo.

O lacrime, se mi tolgo gli occhiali.

A volte è così che appaiono

proprio quando la luce s’affievolisce e il buio si fa buio davvero.

 

O è così che me lo ricordo quando i temporali pomeridiani

rotolano giù dalle Blue Ridge,

e i bombardamenti distanti si fanno strada a forza oltre il crinale

come la solitudine di Dio o l’ombra di Dio,

la consistenza rada della sabbia e della ghiaia di fiume

tra le mie dita dove mi sono affacciato

su tutto questo,

le luci isolate delle fattorie

che cominciano a prendere colore, come me lo ricordo…

 

(Charles Wright)

E questa? (Tristan Corbière)

Cosa?…….

(Shakespeare)

 

Trattati? – Ma quale trattato e trattato!

Studio? – Lascia fare chi se ne sta beato.

Volume? – A volerlo rilegare… è troppo sconciato…

Una copia? – Eh no, qui nessuno è stato pagato!

 

Un poema? – Grazie, ma ho sbolognato la lira.

Un libro? – … Un libro, ancora, è una cosa da leggere!

Fogli? – No no, grazie a Dio è cucito!

Un album? – Non è rilegato ed è tutto scucito.

 

Rime-obbligate? – Obbligo? e quale?… lasciate stare!

Un’opera? – Non c’è niente da affinare e raffinare!

Canzoni? – Oh Musetta mia, lo vorrei e quanto!…

Passatempo? – Credete che me la stia spassando?Continua a leggere…