L’affitto

prose_viaggiatoriLei non affittava, vendeva a duecentocinquanta milioni, tirando al massimo duecentotrenta. Ma io dove li trovavo? Volevo un appartamento in affitto, anche un tugurio, un ultimo piano, un sottoscala: purché in affitto e per pochi mesi.

La sua era una faccia familiare. Anzi, non lo era affatto, ma mi piaceva pensarla così, una padrona di casa affettuosa e cordiale.

Duecentocinquanta milioni… e poi quelle scale ripidissime, sdrucciolevoli e l’appartamento – anche quello – pieno di scalette faticose per salire su soppalchi, soffitte, ballatoi, terrazzini minuscoli accanto ad antenne televisive; ogni stanza un gradino: “stai attento, bisogna farci l’abitudine”. “In affitto – ripetevo – solo in affitto” e lei a insistere che lo paghi a rate, puoi comprarlo con un amico o un’amica, non vorrai farmi credere che non ce l’hai un’amica…

Io non sono di quelli che sanno dire di no, sulla lunga distanza cedo. Così adesso abito qui, assieme ad altre undici persone che, come me, non sanno dire di no. Ma almeno non abbiamo speso molto a testa e ognuno di noi può vantarsi di possedere un dodicesimo d’appartamento. Abbiamo anche tracciato delle righe col gesso per evitare sconfinamenti e inutili litigi.

 

(Alessandro Trasciatti)

dal “De rerum natura” di Lucrezio

Ah, se gli uomini potessero comprendere la causa di ciò che li tormenta con il suo peso oscuro, masso tremendo nel cuore! Guardali: ignorano quello che vogliono, cambiano luogo in continuazione, inseguiti da un’ombra. Guardali bene. Qualcuno si lancia fuori dal suo palazzo, all’improvviso, stanco di starsene a casa. Ma fuori non trova nulla di meglio. Così torna indietro, di corsa, spronando i suoi cavalli a testa bassa, come se fosse scoppiato un incendio. Poi, appena varca la soglia, avverte un’angoscia misteriosa e con la testa pesante si tuffa nel sonno, sognando di andare di nuovo in città.

 

(Lucrezio, De rerum natura, III, 1053-1067)

Una poesia di Damiano Sinfonico

Si è scherzato un’ora intera.
Le risa si propagavano nel corridoio.
Una corrente magnetica.
Altre risa rispondevano dalle stanze intorno.
Si moltiplicavano lungo il reparto.
Poi è entrato l’infermiere, arcigno.
Ci ha rimproverati.
Come potevamo disturbare una tale quiete?
L’orario di visita stava scadendo.
Eravamo agli ultimi minuti.
Abbiamo riso ancora.
Qualcuno stava morendo.

 

da: http://poesia.blog.rainews.it/2015/12/damiano-sinfonico-storie/

vedi anche: http://poesia.blog.rainews.it/2016/09/damiano-sinfonico/

Via Toffetti, nei Cinquanta

Le domeniche estive di mattina

mi portavi in bici lungo fossi,

dove sfinivano papaveri e gramigna,

fino al campetto sotto la ferrovia.

Sette dei nostri contro quelli del Centro…

Calcio del cuore in gola e botte dure,

scarpe assortite, divise approssimate,

e quante innocenti stramaledizioni,

le prime mie emozioni collettive.

Fischiava l’arbitro o un treno che passava

lento, nel blu lucente dei vagoni letto.

Si dorme come in casa, papà?

E dove va, da dove arriva?

Da Istanbul, Venezia, e va su a Nord,

Parigi, e via inventando, in Inghilterra…

e al tuo treno recente pensavi verso il lager.

Poi si tornava, dopo una sosta

sotto la pergola dell’osteria,

tra schioccare di bocce e odor di spiedo

e già qualche canzone avvinazzata.

A te un calicino, a me una spuma:

batteva mezzogiorno a Rogoredo.

 

(Maurizio Meschia)

 

da:

Poesia_02_17