Vaso di fiori

Finisce qui questo giorno al tavolo stesso

dove di solito lavoro – ma è da tanto adesso –

ingombro di oggetti che so più ancora per come

inesistenti da quanto tralasciati li abbandona

la mia inerzia o inedia. C’è una lampada

d’ottone la cui patina d’ore più che il metallo opaco

è un velo di polvere e sopra la cupola del paralume

dov’è passato un dito resta una feritoia da cui

fiotta più luce come da dietro una nube al tramonto.

Accanto, sopra il ripiano del tavolo che affiora a stento

qualche suo tratto di legno, un vecchio quotidiano

del luogo dove il lavoro per vivere mi ha sradicato

– ma il mio lavoro qui o sulla luna, le ore al tavolo

d’ufficio, è lo stesso, in quella geografia a tradursi

in un unico processo mentale che riassumendo astrae

il vissuto – adesso giallo per come la luce l’ha trasformato

oltre l’attualità che lo configurava quel giorno.

C’è inoltre un mazzo di fiori bradi in un vaso

nel colore ancor fresco in cui io stesso li ho colti:

fiore di eufrasia, fior di calluna, fiore di salvia campestre

e altri che l’ignoranza non sa nominare anche

se esistono. Freschi come l’odierna circostanza

che mi trova incapace d’essere felice, quindi capace

di quel solo crimine che adesso come sempre

ci rovina al mondo in così triste così frequente compierlo.

 

(Camillo Pennati)

pennati

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