da “Tangenziali. Due viandanti ai bordi della città” di Gianni Biondillo e Michele Monina

9788860884503_0_200_0_0[…] quello che guardiamo noi – e soprattutto come guardiamo noi – non è paragonabile allo sguardo di un fotografo. Ogni viaggio, anche se fatto in fila indiana, sovrapponendo il piede sull’orma lasciata da chi sta davanti, è un’esperienza differente, personale, ogni resoconto sarà filtrato dalla nostra cultura, dal nostro modo di essere, dalla nostra professione. Viaggiamo in compagnia ma ognuno sta solo sul cuore della terra. Questo esclude l’idea di una oggettività del paesaggio. Ogni paesaggio è una mediazione fra i depositi della storia e la capacità di decrittarli che ognuno di noi ha partendo dal proprio armamentario, dal proprio deposito di simboli. (G. Biondillo)

 

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Vorrei parlare a questa mia foto accanto al pianoforte…

Vorrei parlare a questa mia foto accanto al pianoforte,
Al bambino di undici anni dagli zigomi rubizzi
Dire non è il caso di scaldarsi tanto
Nei giochi coi cugini,
Di seguirli nel bersagliare coi mattoni
Le dalie dei vicini
Non per divertimento
Ma per sentirti davvero parte della banda.
Davvero parte?
Vorrei dirgli, lasciali perdere
Con i loro bersagli da colpire,
Tornatene tranquillo ai tuoi disegni
Alle cartine da finire,
Vincerai tu. Dovrai patire.

(Franco Buffoni)

da “Sardinia blues” di Flavio Soriga

Io, sempre, quando le situazioni sono tragiche, proprio nei momenti terribili in cui tutto precipita e ci sarebbe da disperarsi e piangere e strapparsi i capelli e le persone intorno a me non trovano niente a cui aggrapparsi e si fanno prendere dal panico, io in quei momenti vedo il ridicolo di queste scene che sono così cinematografiche, piccoli o grandi che siano i drammi del momento, io vedo il ridicolo del recitare una parte in questi drammi e sul momento rimango freddissimo, e non riesco a franare, a precipitare, a perdere il controllo

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Non è vero

Non è vero che i morti

abbiano consolazione da noi:

dalle nostre lagrime, dai nostri fiori.

I morti non hanno bisogno dei vivi.

Chiusi nel loro silenzio nero,

forse ci guardano vivere,

forse ancora ci vogliono bene;

certo non ci capiscono più.

Sono di là dal nero fiume

che si varca solo una volta

e in un senso solo.

Sanno forse

che noi si continua a soffrire,

ma di che si soffra non sanno.

Assorti, assenti, chissà.

Tra loro e noi non c’è più

che la traccia di uno sguardo

lungo infinitamente, un solco, un segno

di luce, d’ombra, chissà.

 

(Diego Valeri)

Valeri copertina