Porto in salvo dal freddo le parole…

Porto in salvo dal freddo le parole,
curo l’ombra dell’erba, la coltivo
alla luce notturna delle aiuole,
custodisco la casa dove vivo,
dico piano il tuo nome, lo conservo
per l’inverno che viene, come un lume.

(Francesco Scarabicchi)

Scarabicchi foto

(all’ingresso della biblioteca di Cologno Monzese)

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La morte di Tantalo

Noi sedemmo sull’orlo

della fontana nella vigna d’oro.

Sedemmo lacrimosi in silenzio.

Le palpebre della mia dolce amica

si gonfiavano dietro le lagrime

come due vele

dietro una leggera brezza marina.

 

Il nostro dolore non era dolore d’amore

né dolore di nostalgia

né dolore carnale.

Noi morivamo tutti i giorni

cercando una causa divina

il mio dolce bene ed io.

 

Ma quel giorno già vanìa

e la causa della nostra morte

non era stata rinvenuta.

 

E calò la sera su la vigna d’oro

e tanto essa era oscura

che alle nostre anime apparve

una nevicata di stelle.

 

Assaporammo tutta la notte

i meravigliosi grappoli.

Bevemmo l’acqua d’oro,

e l’alba ci trovò seduti

sull’orlo della fontana

nella vigna non più d’oro.Continua a leggere…

Trieste

Ho attraversata tutta la città.

Poi ho salita un’erta,

popolosa in principio, in là deserta,

chiusa da un muricciolo:

un cantuccio in cui solo

siedo; e mi pare che dove esso termina

termini la città.

 

Trieste ha una scontrosa

grazia. Se piace,

è come un ragazzaccio aspro e vorace,

con gli occhi azzurri e mani troppo grandi

per regalare un fiore;

come un amore

con gelosia.

Da quest’erta ogni chiesa, ogni sua via

scopro, se mena all’ingombrata spiaggia,

o alla collina cui, sulla sassosa

cima, una casa, l’ultima, s’aggrappa.

Intorno

circola ad ogni cosa

un’aria strana, un’aria tormentosa,

l’aria natia.

 

La mia città che in ogni parte è viva,

ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita

pensosa e schiva.

 

(Umberto Saba)

da “Miserere asfalto (afasie dell’attitudine 2007-2017)” di Marina Pizzi

44.

Con la frottola del cane da portare a spasso, prese l’ultimo traghetto non tornando nemmeno a nuoto: nell’isola dei morti o delle femmine ancora lo attendono.

 

400.

Le forche dell’inedia sono il privilegio terribile di attendere che scocchi l’ora per timbrare il cartellino dopo otto ore davanti allo schermo del computer. Sto malissimo ma nessuno se ne avvede, tutti stanno davanti allo schermo del computer, sagome oranti senza preghiere, ottuse dalla devozione di guardare e d’incedere sul mouse, ceneri del tempo.

 

473.

È successo che il sudario si sia reso divertito, è molto raro ma il morente sorrideva, quasi una voglia gli prendesse il volto e la nenia del presente lo infastidiva. È morto di gioia.

 

43.

Comunque bigiare era utile quanto un cavalletto da pittore in ginocchio con l’opera in mente.

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