da “Non date le parole ai porci” di Cesare Viviani

Se ai ragazzi che crescono i genitori, gli insegnanti, i maestri di vita, invece che insegnare i tanti significati che costituiscono il senso della vita, insegnassero che la vita non ha senso, cosa accadrebbe? Forse accadrebbe che la maggior parte dei giovani si toglierebbe la vita prima dei trent’anni? O forse accadrebbe che, non più attaccati ai propri significati con i quali difendersi e aggredire, imparerebbero un nuovo modo di stare al mondo, non più generatori o trasmettitori di illusioni, ma invece più attenti alla propria e altrui umanità, alla comune verità, non più portatori di una sorte particolare, ma uniti dal medesimo destino?

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Terra

Alle sei del mattino, quando premi

il pulsante del pianterreno

mentre la testa, già stanca,

continua il suo sogno, sai bene

che per avere fatto quello

che andava fatto, né qui

né in qualche paradiso ci sono premi.

 

Ma in basso, quando si aprono

le porte dell’ascensore,

ecco le cose là fuori, belle e pure

dentro la prima luce. Le cose

vanno fatte per bene. Le cose stanno

come stanno, e questo a te sembra amore.

 

Ti segue lo sguardo buono

di un muro cieco o di un cavalcavia

mentre cammini. È questo il tuo castigo

e il tuo premio e la tua sola compagnia.

 

(Umberto Fiori)

esempi Fiori

da una lettera di Guido Gozzano a Carlo Calcaterra, 1907

[…] Spesso, nelle ore cattive, quando nego tutto, nego talvolta anche la poesia. Questo specialmente mi avviene quando rincaso, stanco della città e della folla, umiliato dallo splendore dell’attività umana: gli edifizi meravigliosi, i ponti titanici, i veicoli, le macchine elettriche… E al confronto l’Arte m’appare allora come l’ultima delle manifestazioni umane, e la Poesia l’ultima delle arti. Io, che conosco bene questo male, mi chiudo nel mio studio, accendo una sigaretta, tolgo un volume dei prediletti e leggo a voce alta. Dopo qualche istante l’illusione è ricostrutta e il Verso mi riappare formidabile come il Numero e la Poesia necessaria come la Matematica. E penso allora che un bel sonetto vale più di quattordici colonne di marmo e che un bel canto in terza rima che congiunge due intelligenze dello stesso sentire, è titanico come un ponte ad arcate che congiunga la vita di due città immense.

E solo allora potrei accingermi a lavorare di verso perché solo allora mi potrebbe parere cosa seria il poetare e cosa non ridicola la carta il calamaio le parole scritte e cancellate, riscritte e ricancellate, nel tentativo del metro e della rima. […]

Polina

Polina, tre anni, vive in un orfanotrofio.

Con gli occhi azzurri guarda il mondo in bianco e nero.

Potrebbe colorarlo,

ma nell’orfanotrofio non ci sono matite colorate.

Polina non sa che il mondo è ingiusto.

Ma questo non la inquieta.

A tutti i visitatori chiede

matite colorate e un album da disegno.

Le madri potenziali promettono,

ma non le mandano mai nulla.

Il direttore dell’orfanotrofio

rivela loro una cosa importante:

la mamma di Polina è schizofrenica.

Non importa che sia vero.

Polina continua tenacemente a chiedere.

L’insistenza di Polina è più importante della schizofrenia della mamma.

L’insistenza di Polina è più forte.

L’insistenza di Polina è il destino di Polina.

Chiedi, Polina, chiedi le matite!

(Nené Giorgadze, da “Poesia” n. 335, marzo 2018)

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Non guardo di fino

Sono uno che non guarda di fino, non un pignolo; non uno spaccapelo,

a me basta camminare accanto al carro, sentire lo zoccolo quieto,

un toc dopo l’altro; e andare: a briglia sciolta

mi scelgono le strade, come per la necessità del caso

e se sono tanti gli imbocchi uno solo è lo sbocco: un prato

dove ti troverò distesa e candida. Hai un vestito tutto ricamato a fiori

e sei giovanissima, come me del resto che mi stendo accanto

tra le labbra uno stelo e la camicia bianca e pulita

e guardiamo tutti e due il cielo che non ha nuvole

e posso toccarti come fossimo in vita; invece siamo eterni

e vediamo ogni specie di fiore e di pianta e di animale

e il cavallo che tanto ha faticato è lì anche lui e quieto.

(Agostino Colombo)

Da: http://www.poesia.it/DailyPoetry/Archivio_PDG/Archivio_PDG_2018/12_04_18_Colombo.html

Disperazione

Non so se l’ape che ronza e punge, se l’aquila che strombetta e dilania, se il grosso cane che urla e morde, se il corvo che gracchia e fruga, se il coccodrillo che si lamenta e ingoia, se l’elefante che barrisce e rovescia, se lo sparviero che strilla e strattona, se il gufo che fischia e cava gli occhi, se il leone che ruggisce e abbatte, se il pappagallo che parla e può causare la morte, se il cinghiale che brontola e sradica, se il serpente che soffia e stringe, se infine la tigre che urla e divora, – non so se questi quadrupedi, rettili e volatili, producano ferite in ciò che toccano, come ciò che è atteso e non viene, ci getta in mezzo al cuore l’amarezza a gocce, la ferita sul vivo.

Non lo so: – ma un giovane che rientrava a casa, volete che vi dica quale prova di disperazione dette, per il fatto che l’ora di un appuntamento gli aveva portato solo il suono di una campana al posto della sua innamorata? – Ebbene! Era così felice di sfiorare ogni notte quest’innamorata, che, tornando in camera sua, passava sempre vicino a sua madre e la baciava, a rischio di svegliarla per dirle una bugia.

– Quella notte, non la baciò.

(Xavier Forneret)Continua a leggere…

da “Sulla felicità” di Alain

Spinoza dice che non è possibile che l’uomo non abbia delle passioni; ma che il saggio coltiva nella sua anima una tale vastità di buoni pensieri che, al confronto, le passioni sono minuscole. Senza volerlo seguire nei suoi difficili percorsi, possiamo tuttavia imitarlo scegliendo deliberatamente una quantità di piaceri, musica, pittura, conversazione che faranno sembrare insignificanti le nostre malinconie. L’uomo di mondo si perde in piccoli doveri; dovremmo vergognarci di non saper apprezzare abbastanza il nostro lavoro utile e importante, i nostri libri, i nostri amici. […]

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La morte di Tantalo

Noi sedemmo sull’orlo

della fontana nella vigna d’oro.

Sedemmo lacrimosi in silenzio.

Le palpebre della mia dolce amica

si gonfiavano dietro le lagrime

come due vele

dietro una leggera brezza marina.

 

Il nostro dolore non era dolore d’amore

né dolore di nostalgia

né dolore carnale.

Noi morivamo tutti i giorni

cercando una causa divina

il mio dolce bene ed io.

 

Ma quel giorno già vanìa

e la causa della nostra morte

non era stata rinvenuta.

 

E calò la sera su la vigna d’oro

e tanto essa era oscura

che alle nostre anime apparve

una nevicata di stelle.

 

Assaporammo tutta la notte

i meravigliosi grappoli.

Bevemmo l’acqua d’oro,

e l’alba ci trovò seduti

sull’orlo della fontana

nella vigna non più d’oro.Continua a leggere…