Trieste

Ho attraversata tutta la città.

Poi ho salita un’erta,

popolosa in principio, in là deserta,

chiusa da un muricciolo:

un cantuccio in cui solo

siedo; e mi pare che dove esso termina

termini la città.

 

Trieste ha una scontrosa

grazia. Se piace,

è come un ragazzaccio aspro e vorace,

con gli occhi azzurri e mani troppo grandi

per regalare un fiore;

come un amore

con gelosia.

Da quest’erta ogni chiesa, ogni sua via

scopro, se mena all’ingombrata spiaggia,

o alla collina cui, sulla sassosa

cima, una casa, l’ultima, s’aggrappa.

Intorno

circola ad ogni cosa

un’aria strana, un’aria tormentosa,

l’aria natia.

 

La mia città che in ogni parte è viva,

ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita

pensosa e schiva.

 

(Umberto Saba)

Annunci

da “Miserere asfalto (afasie dell’attitudine 2007-2017)” di Marina Pizzi

44.

Con la frottola del cane da portare a spasso, prese l’ultimo traghetto non tornando nemmeno a nuoto: nell’isola dei morti o delle femmine ancora lo attendono.

 

400.

Le forche dell’inedia sono il privilegio terribile di attendere che scocchi l’ora per timbrare il cartellino dopo otto ore davanti allo schermo del computer. Sto malissimo ma nessuno se ne avvede, tutti stanno davanti allo schermo del computer, sagome oranti senza preghiere, ottuse dalla devozione di guardare e d’incedere sul mouse, ceneri del tempo.

 

473.

È successo che il sudario si sia reso divertito, è molto raro ma il morente sorrideva, quasi una voglia gli prendesse il volto e la nenia del presente lo infastidiva. È morto di gioia.

 

43.

Comunque bigiare era utile quanto un cavalletto da pittore in ginocchio con l’opera in mente.

PizziWax

da “Tangenziali. Due viandanti ai bordi della città” di Gianni Biondillo e Michele Monina

9788860884503_0_200_0_0[…] quello che guardiamo noi – e soprattutto come guardiamo noi – non è paragonabile allo sguardo di un fotografo. Ogni viaggio, anche se fatto in fila indiana, sovrapponendo il piede sull’orma lasciata da chi sta davanti, è un’esperienza differente, personale, ogni resoconto sarà filtrato dalla nostra cultura, dal nostro modo di essere, dalla nostra professione. Viaggiamo in compagnia ma ognuno sta solo sul cuore della terra. Questo esclude l’idea di una oggettività del paesaggio. Ogni paesaggio è una mediazione fra i depositi della storia e la capacità di decrittarli che ognuno di noi ha partendo dal proprio armamentario, dal proprio deposito di simboli. (G. Biondillo)

 

Vorrei parlare a questa mia foto accanto al pianoforte…

Vorrei parlare a questa mia foto accanto al pianoforte,
Al bambino di undici anni dagli zigomi rubizzi
Dire non è il caso di scaldarsi tanto
Nei giochi coi cugini,
Di seguirli nel bersagliare coi mattoni
Le dalie dei vicini
Non per divertimento
Ma per sentirti davvero parte della banda.
Davvero parte?
Vorrei dirgli, lasciali perdere
Con i loro bersagli da colpire,
Tornatene tranquillo ai tuoi disegni
Alle cartine da finire,
Vincerai tu. Dovrai patire.

(Franco Buffoni)

da “Sardinia blues” di Flavio Soriga

Io, sempre, quando le situazioni sono tragiche, proprio nei momenti terribili in cui tutto precipita e ci sarebbe da disperarsi e piangere e strapparsi i capelli e le persone intorno a me non trovano niente a cui aggrapparsi e si fanno prendere dal panico, io in quei momenti vedo il ridicolo di queste scene che sono così cinematografiche, piccoli o grandi che siano i drammi del momento, io vedo il ridicolo del recitare una parte in questi drammi e sul momento rimango freddissimo, e non riesco a franare, a precipitare, a perdere il controllo

18387199

Non è vero

Non è vero che i morti

abbiano consolazione da noi:

dalle nostre lagrime, dai nostri fiori.

I morti non hanno bisogno dei vivi.

Chiusi nel loro silenzio nero,

forse ci guardano vivere,

forse ancora ci vogliono bene;

certo non ci capiscono più.

Sono di là dal nero fiume

che si varca solo una volta

e in un senso solo.

Sanno forse

che noi si continua a soffrire,

ma di che si soffra non sanno.

Assorti, assenti, chissà.

Tra loro e noi non c’è più

che la traccia di uno sguardo

lungo infinitamente, un solco, un segno

di luce, d’ombra, chissà.

 

(Diego Valeri)

Valeri copertina

I terrazzi delle cooperative

Povere ossa da rastrellare,

storie di vecchi da raccontare.

Il professore asciuga le magliette,

mette a bollire le zucchine, balza

dal sottoscala con un salto di generazioni,

sosta tra i mezzanini, poi

sale in gloria all’ultimo girone.

Dove arrivano le folate di ponentino

non il tanfo dei broccoli e del bitume.

Lampi di magnesio, riflessi

di carburo. Il bimbo

del portiere si chiama Arturo.

 

(Leonardo Sinisgalli)

SinisgalliCope

Ventuno settembre

Fosse sempre domenica mattina

per scambiarci un segno nella fretta

e ricordare col sorriso di un bambino

che il corpo di Cristo è altra cosa.

 

Fosse sempre luglio per lasciare la città

e tornare alle origini oppure agosto

per stare fermi a guardare una stella

e un altro desiderio passare.

 

Fosse sempre il tempo che non è

quello delle bandiere appese sui balconi

come a un filo di speranza, in Italia

come in Siria, anche quando fuori piove.

 

Fosse stato tutto questo, oggi sarei

andato al mare, avrei preso una birra

e sarei rimasto steso al sole, senza chiedermi

perché di pace si scrive solamente e non si vive.

 

(Marco Annicchiarico)

Annic FOTO 002

Passa la gente e dice: “È un letterato”…

Passa la gente e dice: “È un letterato”…

la buona gente che mi passa allato.

 

Io non so nulla. Delle età passate

sol questo so: che nell’ultima estate

 

il caldo fu più forte di quest’anno,

e che, all’inverno, il gelo fu gran danno

 

per tutti i contadini dei dintorni.

D’oggi, so: che alla posta degli storni

 

Nanni, d’un colpo, ventidue n’ha uccisi…

Non ho mai letto libri metafisici.

 

Non è vero ch’io faccia gravi studi.

Se tu, che leggi, credi ciò, t’illudi.

 

Io prediligo ai libri e alla fatica,

la liberalità di gente amica:Continua a leggere…

I balconi del millenovecento

Prima dei telefoni i balconi,
si usciva fuori e si mandava a dire.
Erano lo sfogo della casa, le ragazze non uscivano a spasso
tranne per la funzione, la domenica.
Però stavano in vista sul balcone,
passava il giovanotto, un fiore conficcato nell’occhiello,
una sbirciata a scippo, l’intesa fulminata,
telegramma spedito con le ciglia.
Al balcone tra i vasi la ragazza dipanava un gomitolo,
ricamava a telaio, fingeva di pungersi con l’ago
per liberare gli occhi messi in giù.
Mia nonna si fidanzò al balcone.
E mia madre, d’estate, dopoguerra,
con altri amici esce sul balcone per il fresco
e un uomo, ventottanni, sedutosi vicino le chiede di sposare.
Provengo dall’incontro di loro due là fuori, a Mergellina,
col cielo giocoliere del tramonto.
Ma da un altro balcone s’era affacciato pure l’impettito
a dichiarare guerra, sporgendosi rapace e pappagallo
sulla folla ubriaca di se stessa.
Era meglio se usciva alla finestra
e meglio ancora se teneva chiuso, così non si guastava
la storia dei balconi e dell’Italia del millenovecento.

(Erri De Luca)

da:

Poesia_01_18

(numero speciale in edicola a gennaio)