Alle scuole elementari insegnano…

Alle scuole elementari insegnano

che concreto è ciò che si vede,

si tocca; il resto è il suo contrario.

Che nome ha dunque questo che sconvolge

la mia carne, assilla il mio pensiero?

È forse l’esito di un semplice processo

di astrazione? Nulla più di un impalpabile

battito di ciglia? Questo so:

che se parlo, sei tu che inventi le mie parole,

in questo universo dove pure il volo

della farfalla segue la tua scia.

 

(Paolo Senna)

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Una donna, al mio paese, sta seduta…

Una donna, al mio paese, sta seduta

su una carrozzella senza scelte,

verso la quarta parte del pomeriggio,

sotto il sole, e mi parla

della necrosi agli ossami del corpo,

io la interrompo con il successo dei sorrisi,

e lei mi mostra la contentezza

per la novità dell’ascensore,

che trafora il soffitto, e le pareti

 

(Francesco Guazzo)

 

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L’affitto

prose_viaggiatoriLei non affittava, vendeva a duecentocinquanta milioni, tirando al massimo duecentotrenta. Ma io dove li trovavo? Volevo un appartamento in affitto, anche un tugurio, un ultimo piano, un sottoscala: purché in affitto e per pochi mesi.

La sua era una faccia familiare. Anzi, non lo era affatto, ma mi piaceva pensarla così, una padrona di casa affettuosa e cordiale.

Duecentocinquanta milioni… e poi quelle scale ripidissime, sdrucciolevoli e l’appartamento – anche quello – pieno di scalette faticose per salire su soppalchi, soffitte, ballatoi, terrazzini minuscoli accanto ad antenne televisive; ogni stanza un gradino: “stai attento, bisogna farci l’abitudine”. “In affitto – ripetevo – solo in affitto” e lei a insistere che lo paghi a rate, puoi comprarlo con un amico o un’amica, non vorrai farmi credere che non ce l’hai un’amica…

Io non sono di quelli che sanno dire di no, sulla lunga distanza cedo. Così adesso abito qui, assieme ad altre undici persone che, come me, non sanno dire di no. Ma almeno non abbiamo speso molto a testa e ognuno di noi può vantarsi di possedere un dodicesimo d’appartamento. Abbiamo anche tracciato delle righe col gesso per evitare sconfinamenti e inutili litigi.

 

(Alessandro Trasciatti)

dal “De rerum natura” di Lucrezio

Ah, se gli uomini potessero comprendere la causa di ciò che li tormenta con il suo peso oscuro, masso tremendo nel cuore! Guardali: ignorano quello che vogliono, cambiano luogo in continuazione, inseguiti da un’ombra. Guardali bene. Qualcuno si lancia fuori dal suo palazzo, all’improvviso, stanco di starsene a casa. Ma fuori non trova nulla di meglio. Così torna indietro, di corsa, spronando i suoi cavalli a testa bassa, come se fosse scoppiato un incendio. Poi, appena varca la soglia, avverte un’angoscia misteriosa e con la testa pesante si tuffa nel sonno, sognando di andare di nuovo in città.

 

(Lucrezio, De rerum natura, III, 1053-1067)

Una poesia di Damiano Sinfonico

Si è scherzato un’ora intera.
Le risa si propagavano nel corridoio.
Una corrente magnetica.
Altre risa rispondevano dalle stanze intorno.
Si moltiplicavano lungo il reparto.
Poi è entrato l’infermiere, arcigno.
Ci ha rimproverati.
Come potevamo disturbare una tale quiete?
L’orario di visita stava scadendo.
Eravamo agli ultimi minuti.
Abbiamo riso ancora.
Qualcuno stava morendo.

 

da: http://poesia.blog.rainews.it/2015/12/damiano-sinfonico-storie/

vedi anche: http://poesia.blog.rainews.it/2016/09/damiano-sinfonico/

Via Toffetti, nei Cinquanta

Le domeniche estive di mattina

mi portavi in bici lungo fossi,

dove sfinivano papaveri e gramigna,

fino al campetto sotto la ferrovia.

Sette dei nostri contro quelli del Centro…

Calcio del cuore in gola e botte dure,

scarpe assortite, divise approssimate,

e quante innocenti stramaledizioni,

le prime mie emozioni collettive.

Fischiava l’arbitro o un treno che passava

lento, nel blu lucente dei vagoni letto.

Si dorme come in casa, papà?

E dove va, da dove arriva?

Da Istanbul, Venezia, e va su a Nord,

Parigi, e via inventando, in Inghilterra…

e al tuo treno recente pensavi verso il lager.

Poi si tornava, dopo una sosta

sotto la pergola dell’osteria,

tra schioccare di bocce e odor di spiedo

e già qualche canzone avvinazzata.

A te un calicino, a me una spuma:

batteva mezzogiorno a Rogoredo.

 

(Maurizio Meschia)

 

da:

Poesia_02_17

da “Milaninaria” di Vincenzo Bevacqua, presentazione di Giorgio Cosmacini, viennepierre edizioni 1997.

milaninaria[…] Però, tra le donne Quinzie o Sulpizie, tra i don Lelio o i Cricca, personaggio immortale è risultato Meneghino. Meneghino è immortale perché Carlo Maria Maggi non l’ha inventato. L’ha semplicemente riconosciuto tra i suoi concittadini e chiamandolo per nome gli ha detto: “Meneghino, tu sarai il popolo!”.

Il Maggi non ha nemmeno faticato a chiamarlo per nome perché in città, ai suoi tempi, di meneghini ne circolavano parecchi nei giorni feriali e ancor più nei giorni festivi. Nei giorni feriali circolavano i battezzati con il nome di Domenico (Menico-Menichino-Meneghino), in onore del Santo fondatore dei Frati Domenicani in auge sotto la dominazione spagnola. Nei giorni festivi si aggiungevano i servitori che, affittati solo alla festa dalle “dame milanesi di alto bordo e di basso reddito”, venivano appunto chiamati domenichini o, in vernacolo “meneghini”.

Nelle commedie del Maggi, Meneghino è il servitore di don Lelio e donna Quinzia. “Quando e dove conoscesse la moglie Cecca dei Berlinghitt non è accertato. Si sa che il matrimonio fu benedetto da numerosa prole, segno anche questo di onestà e buon cuore”. Per il fatto di essere padre di famiglia che lavora sodo per tirare avanti la baracca e per il fatto di avere carattere bonario, sincero, allegro e avveduto, Meneghino costituisce la quinta essenza del Milanese.

Nella Valle del Magra

charles-wright-italiaIn giugno, sopra Pontremoli, alta Lunigiana,

i fiori di castagno color polline

volano come un’immensa tovaglia

aperta sopra le cime ammassate degli alberi

e su per la montagna fino alle distese quasi alpine dei prati.

Al crepuscolo, nella luce fioca, appaiono

come stelle sgorgate dalle radici dei grandi alberi da un altro cielo.

O lacrime, se mi tolgo gli occhiali.

A volte è così che appaiono

proprio quando la luce s’affievolisce e il buio si fa buio davvero.

 

O è così che me lo ricordo quando i temporali pomeridiani

rotolano giù dalle Blue Ridge,

e i bombardamenti distanti si fanno strada a forza oltre il crinale

come la solitudine di Dio o l’ombra di Dio,

la consistenza rada della sabbia e della ghiaia di fiume

tra le mie dita dove mi sono affacciato

su tutto questo,

le luci isolate delle fattorie

che cominciano a prendere colore, come me lo ricordo…

 

(Charles Wright)

E questa? (Tristan Corbière)

Cosa?…….

(Shakespeare)

 

Trattati? – Ma quale trattato e trattato!

Studio? – Lascia fare chi se ne sta beato.

Volume? – A volerlo rilegare… è troppo sconciato…

Una copia? – Eh no, qui nessuno è stato pagato!

 

Un poema? – Grazie, ma ho sbolognato la lira.

Un libro? – … Un libro, ancora, è una cosa da leggere!

Fogli? – No no, grazie a Dio è cucito!

Un album? – Non è rilegato ed è tutto scucito.

 

Rime-obbligate? – Obbligo? e quale?… lasciate stare!

Un’opera? – Non c’è niente da affinare e raffinare!

Canzoni? – Oh Musetta mia, lo vorrei e quanto!…

Passatempo? – Credete che me la stia spassando?Continua a leggere…