Alle fronde dei salici

E come potevamo noi cantare

con il piede straniero sopra il cuore,

fra i morti abbandonati nelle piazze

sull’erba dura di ghiaccio, al lamento

d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero

della madre che andava incontro al figlio

crocifisso sul palo del telegrafo?

Alle fronde dei salici, per voto,

anche le nostre cetre erano appese,

oscillavano lievi al triste vento.

(Salvatore Quasimodo)

Annunci

Torno indietro al maggio 1937

Li vedo fermi ai cancelli d’entrata dei loro college,
vedo mio padre passeggiare
sotto l’arco ocra di arenaria, le
tegole rosse luccicanti come piatti
di sangue ricurvi dietro la sua testa,
vedo mia madre con pochi libri leggeri sull’anca
stare vicino al pilastro di piccoli mattoni con
il cancello di ferro battuto ancora aperto dietro di lei, le
sue punte nere nell’aria di maggio,
sono sul punto di laurearsi, sono sul punto di sposarsi,
sono dei bambini, sono degli sciocchi, tutto quello che sanno
è di essere innocenti, di non poter far male a nessuno.
Voglio andare lì e dir loro Fermi,
non fatelo – lei è la donna sbagliata,
lui è l’uomo sbagliato, farete cose
che non potete immaginare di poter fare,
farete cose crudeli ai bambini,
state per soffrire in modi dei quali non avete mai sentito,
state per voler morire. Voglio andare
lì da loro in quella luce di tardo maggio e dirlo,
da lei: la sua ansiosa graziosa faccia inespressiva rivolta a me,
il suo bel corpo intatto degno di pietà,
da lui: la sua attraente arrogante ombrosa faccia rivolta a me,
il suo bel corpo intatto degno di pietà,
ma non lo faccio. Voglio vivere. Io
li sollevo come il maschio e la femmina
delle bambole di carta e li sbatto l’uno contro l’altro
all’altezza dell’anca come schegge di selce, come per
produrre scintille da loro, io dico
Fate quello che state per fare e io ne parlerò.

(Sharon Olds)

(Diari leggibili)

La mia calligrafia – da quando sei nata –

quella dei diari, almeno, è migliorata

sono diventati leggibili. E in altre cose

pure, sono più ordinato: raccolgo le lettere,

le cartoline, divido – per quanto sia

possibile – le fotografie. Sono tentato

persino di aggiungere piccole note, biglietti

tenuti su da graffette, didascalie. Ti preparo

il compito, facoltativo, va da sé, se non di capirmi

almeno di darmi una prima agevole occhiata,

come facevo io una volta con i libri

che di lavoro li comperavo e li rivendevo

(un lavoro strano!) ma a tutti gettavo uno sguardo

e qualcuno decidevo di conservarlo. Di pochi

m’innamoravo, una volta e per sempre.

18893342_1936665066602159_2937984482442439078_n

 

(Valentino Ronchi)

Siedono pazienti, sembrano nuvole…

Siedono pazienti, sembrano nuvole
se non c’è vento. Hanno l’aria di tanta
vita alle spalle: lei ride un po’ stanca,
lo sguardo ancora biondo, le parole
belle sulla fatica che fa il mondo.
Lui borbotta e legge in fretta il giornale
quasi venisse meno il tempo intorno.
Ma stanno tutti in un cenno d’intesa,
e si raccontano i figli, la resa
alle rughe. Rimangono in attesa
di una chiamata buona e di un dio che apra
il cielo al sole più in là, dove passano
i giorni. Chissà domani sospirano
in una carezza, come le mani
dessero confine stabile ai luoghi
e ci fosse una certezza dovunque.
Poi s’abbracciano, nemmeno i vent’anni
tornassero mentre l’estate va
immutabile, ben oltre le case
o il pensiero per le piante in balcone,
che prendano acqua ogni tanto. Si sta bene
comunque giurano con l’intenzione
di non lasciarsi mai e dentro quel mai
affondasse un senso di appartenenza,
l’idea di continuazione indomita,
il rifiuto del limite di specie.

(Ivan Fedeli)

Da: https://www.facebook.com/lapoesiasalvalanima/?hc_ref=ART3EHlIUC4_IKwJysKbv3qIs5YwlYVPuD0ccpktYmhrxqpLJmgLfMhs_tiDt1S_sik&fref=nf

Assetto di volo

                                         A Gino Lorio, in memoria

 

Con lui venivano una determinazione feroce

dalla camera alla palestra

i cento metri percorsi in cinque minuti,

con una tensione di motore imballato

tutta la forza del suo corpo spastico

ribellata alla forza di gravità.

 

Sant’Agostino diceva che la perfezione

è la carne che si fa spirito, lo spirito che si fa carne

ma non è vero: ogni mattina i puntali delle stampelle

scivolano metro a metro per guadagnarne cento

ogni mattina lo spirito è tagliato via da quel corpo,

dalle suole strascicanti e dalle nocche strette,

bianche sulle impugnature,

ogni mattina dal dorso di lottatore

si stacca un collo di tendini tesi e redini allentate

un urlo chiuso nella sua profondità,

perfetto nella sua separazione.

 

E io vi vedo una bellezza di cimieri abbattuti

e dentro la parola andare la parola compimento

e sono sicuro che lui sogna baci pieni di vento

mentre la volontà conquista le giornate a morsi,

schiaffo dopo schiaffo perché venga la sera

schiaffo dopo schiaffo, chiglia in piena bufera.

 

Ci vuole un’estate piena e un padre calmo,

un dio non assiso in mezzo agli sconfitti

ma così in tutta bellezza lo posso immaginare

come un bambino alle prime pedalate,

reggilo, eccolo, tienilo così – adesso tiene

uniti la terra e il cielo dell’estate

non sbanda più, vince, è in equilibrio,

vola via.

 

(Pierluigi Cappello)

cappello-k04F-U433709614061714NE-1224x916@Corriere-Web-Sezioni-593x443

Il pane

La superficie del pane è meravigliosa innanzi tutto per questa impressione quasi panoramica che dà: come se sottomano si avessero a disposizione le Alpi, il Tauro o la Cordigliera delle Ande.

Così dunque una massa amorfa in eruzione fu fatta scivolare per noi nel forno stellare, ove indurendosi si è plasmata in valli, creste, ondulazioni, crepacci… E tutti quei piani subito così schiettamente articolati, quelle lastre sottili ove la luce con impegno distende i suoi fuochi, – senza uno sguardo per la mollezza ignobile che sta sotto.

Quel fiacco e freddo sottosuolo che si chiama mollica ha il tessuto simile a quello delle spugne: foglie o fiori vi stanno saldati gomito a gomito tutti assieme come sorelle siamesi. Quando il pane diventa raffermo quei fiori appassiscono e si contraggono: allora si staccano gli uni dagli altri e la massa diventa friabile…

Ma spezziamola: ché il pane nella nostra bocca deve essere piuttosto oggetto di consumo che di riguardo.

(Francis Ponge)

Da:

3041612

Scalo dei fiorentini

Li ho visti tutti. Sedevano

(le gambe penzoloni)

sulla spalletta. C’era

Otello, il Decio, il Rosso,

l’Olandese. Il Vigevano.

C’erano altri… i nomi

li ha con sé il vento. Tenevano

le mani sotto le cosce

e tacevano. Gialla,

o verde, o d’altra

tinta (anche i colori

li prende il vento), avevano

la maglia da barcaiolo

di sempre. Erano

in fila, tutti

in fila, sul muricciolo,

proprio come facevano

ogni sera, quando

– animato il Voltone

di voci che si spandevano

trasparenti (di bimbi

in fuga dietro il pallone

o il cerchio) – sputavano

la sigaretta, e schioccando

le dita, ohei, che gridi

(da levare la pelle:

ma ci stavano, quelle)

lanciavano alle ragazze

che a nuvoli, dal Cantiere Orlando,

verso casa sciamavano.Continua a leggere…

Odio l’olio

Non proprio un ricordo qualunque d’infanzia, ma il ricordo primo e primario, quello da dichiarare subito allo psicanalista, dovessi intraprendere mai un’analisi freudiana: troppo cara, troppo lunga, troppo infìda. Tutt’altro che immobile, sono sul seggiolone della casa dove ho abitato per mezzo secolo e più – via Salvioli 21, angolo Circonvallazione Sud, prima periferia di Modena – avrò forse due anni, al massimo tre. Inverno e luce bassissima, come sanno esser fioche solo le luci negli appartamenti piccoloborghesi dei tardi anni Cinquanta: voltaggio a 125, come una cilindrata scarsa. Sono affamato, addirittura famelico, all’ora giusta della cena, ogni sera fra le otto e le otto e mezzo: alla faccia dei dietologi, l’unico pasto da affrontare a tutta. Augusta Galli, mia nonna e cuoca in assoluto preferita, nonostante i decenni di ristoranti talvolta stellati che ho frequentato dopo, mi piazza davanti il piatto di un’appetitosa e fumante minestra, puntine in brodo con un uovo sbattuto dentro e un fegatino di pollo tagliato a pezzetti. Sto per avventarmi, il cucchiaio impugnato a mo’ di clava (nessuno purtroppo è stato abbastanza severo con me da impartirmi una vera educazione formale, tantomeno a tavola), aiutato nel gesto impetuoso da qualche altro familiare alle spalle. La nonna si avvicina dal lato opposto, tiene in mano una lattina verde e riempie un altro cucchiaio d’un liquido denso e giallastro: l’olio Sasso prodotto fin da fine Ottocento dalla famiglia dei fratelli Novaro, due discreti poeti liguri. Continua a leggere…