Io e il vicino

Io e il vicino di casa siamo nemici.

Non c’è odio, in verità,

è una inimicizia molto cavalleresca.

Si nutre di girate di testa quando ci incrociamo,

e di portoni sbattuti alle nostre spalle.

Non possiamo fare di meglio

perché sono passati molti anni

e la causa non la ricordiamo più.

Ultimamente il vicino ha preso il vezzo

di scagliarmi appresso come dardi

maledizioni e occhiate fulminanti,

sì che io per sfuggirle

– che le sue bestemmie mi hanno mandato in buca

più di un incontro di amore –

svolto l’angolo freneticamente

mi rifugio dietro gli spigoli,

dietro i cornicioni.

Ma il tutto si è complicato

dacché il capocondomino

vuole da me i soldi

per rifare l’intonaco

assai strisciato dai pensieri neri.

 

(Franco Dionesalvi)

da “Dublinesque” di Enrique Vila-Matas

9788807018190_0_240_0_0Ogni volta […] pensa a viaggi passati, a tutto quello che ha dovuto lasciare per dedicarsi all’editoria. Ora, più si sente vecchio e più ricorda il suo antico desiderio, la sua iniziale inquietudine letteraria, la sua consacrazione totale di anni alla pericolosa attività dell’editoria, attività che così spesso manda in rovina. Ha rinunciato alla gioventù per cercare l’opera onesta di un catalogo imperfetto. E cosa succede ora che tutto è finito? Gli rimane una grande perplessità e il portafogli vuoto. Una sensazione da chi me l’ha fatto fare. Un rimorso aspro durante le notti. Ma nessuno può privarlo dell’aver avuto un desiderio e di aver cercato di realizzarlo. E questa è una cosa molto seria. Alla fine, come diceva W.B. Yeats, che si abbia fortuna o meno, il desiderio lascia tracce.

Cinque “poesismi” di Donato Di Poce

Gli Umanisti si interessano molto all’Uomo
I Cannibali ne fanno una ragione di vita.

*

La semplicità incanta.

La troppa semplicità annoia.

*

In Amore servono tre cuori:

uno per amare
uno per essere amati
l’altro per quando si resta soli.

*

I veri poeti

sono diamanti sfuggiti
alle collezioni degli editori.

*

Io non ho certezze

E non ne sono nemmeno sicuro.

 

Da: https://aforisticamente.wordpress.com/2010/11/02/laforisma-poetico-i-poesismi-di-donato-di-poce/

La strada nasce liquida, dal mare…

La strada nasce liquida, dal mare,

molle di curve e di pini, di ombre.

Poi sale, sgomita sui poggi nudi

o di lecci, di ulivi, di vento caldo,

di case piantate lì come un fiore,

corolle chiuse come a custodire

il respiro di uomini e bestie dentro

l’assalto di un’aria cruda e feroce.

Potrebbe non finire mai. Poi, dietro

una curva, uno slargo improvviso,

la città viene su come uno scudo

di roccia dalle rocce, chissà come

scavata nella pietra, fantasma

lungo di una nave portato lì

– da quale onda? – immobile e severo

luogo che accade e intimorisce,

alito vasto della terra, sguardo,

tempo che lo sguardo non sostiene,

radice e tronco e ramo insieme.

 

(Corrado Bagnoli)

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Ove la storia

Ove la storia finisse qui

chiudesse gli occhi

sta bene

– direi – nulla ho fatto di voluto

quel che ho potuto appena

capitato per caso coincidenza

né me ne spiaccio ho a posto

la coscienza sono saggio abbastanza

da sapere che nulla avrei cambiato

 

ove invece volesse continuare

non me ne lagno cercherò di adattarmi

alle esigenze in modo degno

dignitosamente educato signore

come sempre.

 

(Renzo Modesti)

da:

Poesia_01_17

Spuntano ovunque a primavera…

Spuntano ovunque a primavera

le bambine vestite di fiori

qualcuna ha coroncine intrecciate

ai capelli

son padrone del mondo e lo sanno

vanno

con passo lieve

e sorriso incondizionato

fanno ruote di gonne

hanno nasi che dicono

forse anche io una volta

forse anche tu

mi hai pensata così

 

(Antiniska Pozzi)

La solitudine

Io vengo da un altro mondo, da un altro quartiere, da un’altra solitudine.
Oggi come oggi, mi creo delle scorciatoie. Io non sono più dei vostri.
Aspetto dei mutanti; Biologicamente me la cavo con l’idea che
mi sono fatto della biologia: piscio; eiaculo; piango.
Innanzi tutto noi dobbiamo lavorare le nostre idee come se fossero dei manufatti.
Io sono pronto a procurarvi gli stampi. Ma…

la solitudine…

Gli stampi sono di una materia nuova, vi avverto.
Sono stati fusi domani mattina.
Se voi non avete di questo giorno il senso relativo della durata, è inutile guardare davanti a voi perché il davanti è il dietro, la notte è il giorno. E…

la solitudine…

Innanzi tutto le lavanderie automatiche, agli angoli delle strade, sono imperturbabili così come il rosso o il verde dei semafori.
I poliziotti del detersivo vi indicheranno dove vi sarà possibile lavare ciò che voi credete sia la vostra coscienza e che non è altro che una succursale di quel fascio di nervi che vi serve da cervello. E pertanto…

la solitudine…

La disperazione è una forma superiore di critica. Per ora, noi la chiameremo “felicità”, perché le parole che voi adoperate non sono più “parole”, ma una specie di condotto attraverso il quale gli analfabeti hanno la coscienza a posto. Ma…

la solitudine…

Del Codice Civile ne parleremo più tardi.
Per ora, io vorrei codificare l’incodificabile.
Io vorrei misurare il pozzo di San Patrizio delle vostre democrazie.
Vorrei immergermi nel vuoto assoluto e divenire il non detto, il non avvenuto, il non vergine per mancanza di lucidità.
La lucidità me la tengo nelle mutande.

 

(Léo Ferré)

da “Sull’idea di una comunità di solitari” di Pascal Quignard

9788898630134_0_0_1597_80[…] La particolarità di Port-Royal è per me l’invenzione appassionante – anche se difficilmente concepibile per lo spirito – di una comunità di solitari.

La parola “solitario”, nel senso che prendeva per i Giansenisti, è in fondo tanto bella quanto enigmatica.

“Solitari” erano chiamati uomini della società civile, aristocratici o ricchi borghesi, che sceglievano i costumi del convento (le sue astinenze, i suoi silenzi, le austerità, le veglie, i compiti, le letture) ma rifiutavano di legarsi con i voti. Erano consiglieri di Stato, medici, avvocati, professori, ufficiali, gran signori. Lasciavano la corte per fare venti chilometri e ritrovarsi in un bosco. Potarono. Risanarono i piccoli acquitrini perennemente intrisi d’acqua che costeggiavano la riva e a poco a poco erodevano le fondazioni della cappella. Edificarono le loro casupole dall’altra parte del muro, ai bordi del monastero dove si erano ritirate donne che ammiravano, fanciulle la cui reclusione provocava il loro rimpianto, sorelle che amavano. Non rinunciarono all’uso della cortesia mondana. Utilizzavano la parola “signore” per parlare tra loro e perfino per rivolgersi ai fanciulli che istruivano. Dicevano “signore” ad ogni cosa, come San Francesco diceva “fratelli” agli uccelli e ai fili urticanti delle ortiche e alla nuvola che passa e al sole che si leva. Non si lasciavano guidare da alcuna regola esteriore, non obbedivano a nessuno, gelosi soltanto del loro ritiro dal mondo, grandi amministratori del loro selvaggio ritrarsi – grandi economi, grandi bonificatori di paludi, grandi giardinieri del silenzio. Studiavano. Non davano del tu a nessuno. Non davano del tu a Dio, né ai fanciulli né ai poveri né alle bestie. Salutavano le cornacchie, ne ammiravano i becchi duri e neri e accarezzavano i gatti. […]

Alle scuole elementari insegnano…

Alle scuole elementari insegnano

che concreto è ciò che si vede,

si tocca; il resto è il suo contrario.

Che nome ha dunque questo che sconvolge

la mia carne, assilla il mio pensiero?

È forse l’esito di un semplice processo

di astrazione? Nulla più di un impalpabile

battito di ciglia? Questo so:

che se parlo, sei tu che inventi le mie parole,

in questo universo dove pure il volo

della farfalla segue la tua scia.

 

(Paolo Senna)

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