Spesso la sera, dopo rigovernati i piatti, uscivamo a passeggio nella nebbia. Fuori non s’incontrava una persona, soltanto nel cono di luce sporca dei lampioni qualche larva imbacuccata e frettolosa che scantonava verso casa fra lo sfrecciare delle automobili nere. Uscendo dai cinematografi a mezzanotte precisa filavano a letto, e li vedevo in faccia solo nell’attimo che sostavano dinanzi al portone per tirar fuori la chiave e aprire. Là poi si rinserravano subito dentro. Non una finestra illuminata: a quell’ora tutti avevano sbarrato le imposte e dormivano.
Lì nei paraggi c’erano un paio di bar con la televisione, il padrone sul podio della cassa con gli occhi vigili, perché tutti consumassero qualcosa, e la gente stava ammutolita a guardare. Qualche volta con Anna ci entrammo, cercando di attaccare discorso con gli spettatori, ridendo alle papere del presentatore, il giovedì sera, ma la gente ci guardava appena, e un po’ storto anzi, e una sera un tale borbottò: «Ma che cosa ci sarebbe da ridere? Sai la grana che si fa, quello, altro che ridere.»
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