da “Sull’idea di una comunità di solitari” di Pascal Quignard

9788898630134_0_0_1597_80[…] La particolarità di Port-Royal è per me l’invenzione appassionante – anche se difficilmente concepibile per lo spirito – di una comunità di solitari.

La parola “solitario”, nel senso che prendeva per i Giansenisti, è in fondo tanto bella quanto enigmatica.

“Solitari” erano chiamati uomini della società civile, aristocratici o ricchi borghesi, che sceglievano i costumi del convento (le sue astinenze, i suoi silenzi, le austerità, le veglie, i compiti, le letture) ma rifiutavano di legarsi con i voti. Erano consiglieri di Stato, medici, avvocati, professori, ufficiali, gran signori. Lasciavano la corte per fare venti chilometri e ritrovarsi in un bosco. Potarono. Risanarono i piccoli acquitrini perennemente intrisi d’acqua che costeggiavano la riva e a poco a poco erodevano le fondazioni della cappella. Edificarono le loro casupole dall’altra parte del muro, ai bordi del monastero dove si erano ritirate donne che ammiravano, fanciulle la cui reclusione provocava il loro rimpianto, sorelle che amavano. Non rinunciarono all’uso della cortesia mondana. Utilizzavano la parola “signore” per parlare tra loro e perfino per rivolgersi ai fanciulli che istruivano. Dicevano “signore” ad ogni cosa, come San Francesco diceva “fratelli” agli uccelli e ai fili urticanti delle ortiche e alla nuvola che passa e al sole che si leva. Non si lasciavano guidare da alcuna regola esteriore, non obbedivano a nessuno, gelosi soltanto del loro ritiro dal mondo, grandi amministratori del loro selvaggio ritrarsi – grandi economi, grandi bonificatori di paludi, grandi giardinieri del silenzio. Studiavano. Non davano del tu a nessuno. Non davano del tu a Dio, né ai fanciulli né ai poveri né alle bestie. Salutavano le cornacchie, ne ammiravano i becchi duri e neri e accarezzavano i gatti. […]

Alle scuole elementari insegnano…

Alle scuole elementari insegnano

che concreto è ciò che si vede,

si tocca; il resto è il suo contrario.

Che nome ha dunque questo che sconvolge

la mia carne, assilla il mio pensiero?

È forse l’esito di un semplice processo

di astrazione? Nulla più di un impalpabile

battito di ciglia? Questo so:

che se parlo, sei tu che inventi le mie parole,

in questo universo dove pure il volo

della farfalla segue la tua scia.

 

(Paolo Senna)

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Una donna, al mio paese, sta seduta…

Una donna, al mio paese, sta seduta

su una carrozzella senza scelte,

verso la quarta parte del pomeriggio,

sotto il sole, e mi parla

della necrosi agli ossami del corpo,

io la interrompo con il successo dei sorrisi,

e lei mi mostra la contentezza

per la novità dell’ascensore,

che trafora il soffitto, e le pareti

 

(Francesco Guazzo)

 

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